sabato 18 ottobre 2008

Dal maestro unico ai precari: le leggi al centro della protesta


Dal sito de "la Repubblica" - SCUOLA & GIOVANI

di SALVO INTRAVAIA






Il maestro unico. Il ripristino del maestro unico nella scuola primaria sin dal prossimo anno scolastico è uno dei temi che mette d'accordo insegnanti, genitori e buona parte dei pedagogisti. Il team (tre insegnanti che operano su due classi) ha portato la scuola elementare italiana ai primi posti nelle classifiche internazionali. Il nostalgico ritorno al maestro unico, spiegano i sindacati, è dettato soltanto da "necessità di cassa" e accorcerà il tempo scuola a 24 ore settimanali: 4 ore e mezzo al giorno (il testo della legge)

I tagli agli organici della scuola. I pessimisti parlano di smantellamento della scuola pubblica italiana, il governo parla di tagli per eliminare gli sprechi. Sta di fatto che la Finanziaria estiva prevede una autentica cura da cavallo per il personale della scuola. Una serie di "operazioni", come quella del maestro unico o la riduzione delle ore di lezione alla media e al superiore, consentiranno all'esecutivo di tagliare 87 mila e 400 cattedre e 44 mila e 500 posti di personale Ata: amministrativo, tecnico e ausiliario. Saranno i 240 mila docenti precari delle graduatorie provinciali a pagare il salatissimo prezzo della "razionalizzazione" delle risorse e gli 80 mila Ata che ogni anno consentono alle scuole di funzionare (il testo della legge)

Le classi per gli alunni stranieri. La creazione di classi differenziate per gli alunni stranieri, "rei" di rallentare i processi di apprendimento degli alunni nostrani, non era messa in conto. Ma da quando la Lega ha preteso e ottenuto l'approvazione di una mozione che istituisce di fatto le classi "per soli stranieri" la questione si aggiunge al lungo elenco di motivazioni che portano il mondo della scuola a protestare (il testo della mozione)

La chiusura delle scuole. Per rastrellare alcune centinaia di posti di dirigente scolastico e, bidello e personale di segreteria il ministro Gelmini ha imposto alle regioni, che si sono ribellate, di mettere mano ai Piani di dimensionamento delle rete scolastica. Secondo i calcoli effettuati dai tecnici di viale Trastevere, una consistente fetta delle 10.766 istituzioni scolastiche articolate in quasi 42 mila plessi scolastici va tagliata. Così circa 2.600 istituzioni scolastiche autonome rischiano di essere smembrate e accorpate ad altri istituti. Ma quello che preoccupa maggiormente gli amministratori locali è che il ministero vorrebbe cancellare dalla mappa scolastica del Paese circa 4.200 plessi con meno di 50 alunni.

Il contratto dei prof. Non è uno dei punti più indagati dai media ma i sindacati ricordano al governo che maestri e prof hanno il contratto scaduto da 10 mesi. E in tempi di tempeste finanziarie e inflazione galoppante la questione appare di un certo rilievo.

Il provvedimento "ammazza precari" degli enti di ricerca. Il tourbillon tocca anche le università e gli enti di ricerca dove la protesta ha già dato luogo ad occupazioni e manifestazioni che vedono gomito a gomito studenti e professori, a partire dalla legge 133 sui precari (il testo).
In base a un disegno di legge, già approvato dalla Camera, che contiene una norma sulla stabilizzazione dei precari, 60 mila cervelli nostrani che fino ad oggi hanno lavorato presso università ed enti di ricerca rischiano di vedere andare in fumo i loro sogni. Se gli enti da cui dipendono non riusciranno a stabilizzarli entro il 30 giugno 2009 dovranno trovarsi un'altra sistemazione: magari all'estero (il testo del provvedimento)

La privatizzazione delle università. La coppia Tremonti-Gelmini, secondo studenti e mondo accademico, ha messo al collo degli atenei un autentico nodo scorsoio che li metterà nelle mani dei privati. Il decreto-legge 112 prevede la riduzione annuale, fino al 2013, del Fondo di finanziamento ordinario e un taglio del 46 per cento sulle spese di funzionamento. Un combinato che farà mancare l'ossigeno agli atenei e li costringerà, anche attraverso la trasformazione in Fondazioni, a cercare capitali privati.

Il turn over "col contagocce". Ogni cinque professori universitari che andranno nei prossimi anni in pensione gli atenei potranno assumere un solo ricercatore. Quella di entrare stabilmente nel mondo universitario, per migliaia di precari già in forze presso gli atenei, diventa un autentico miraggio. Per questo gli studenti dell'Unione degli universitari hanno coniato lo slogan "sorridi ... se ci riesci".
(17 ottobre 2008)


"Vita, terra, libertà per il popolo palestinese" / 29.11.2008 - Roma


"Vita, terra, libertà per il popolo palestinese"

Manifestazione Nazionale
Roma 29 Novembre 2008

Nè muri Nè silenzi

Pace giustizia e libertà in Palestina

Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 29 Novembre "Giornata di solidarietà internazionale con il popolo palestinese". Invitiamo tutt* ad unirsi alla manifestazione nazionale di Roma insieme al Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia e all'UDAP (Unione Democratica Arabo Palestinese).

Il popolo palestinese dopo 60 anni di espropri, vessazioni e violenze, ha visto negli anni della seconda Intifada ridurre progressivamente il suo spazio di rappresentanza e prospettiva politica nei Territori Occupati, in Israele e nel resto del mondo. Le esecuzioni mirate e gli arresti arbitrari del governo israeliano hanno decapitato la leadership delle forze politiche palestinesi, il resto lo ha fatto la comunità internazionale delegittimando i principali dirigenti politici palestinesi di ogni ispirazione, cominciando da quelli laici e pragmatici.

Intanto la frammentazione del territorio determinata dalla costruzione del muro e dalla crescita indiscriminata delle colonie, e le sempre maggiori difficoltà di circolazione per merci e persone all'interno dei territori occupati, hanno messo in ginocchio l'economia palestinese.

Quello palestinese è un popolo tenace e coraggioso che ha le stesse necessità di ogni altro popolo; necessità materiali: lavoro, istruzione, sanità accesso ai mercati e ai beni primari e necessità ideali: bisogno di progettare il futuro, diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti politici, diritto all'autodeterminazione. E' un popolo che ha dimostrato più volte di sapere accettare compromessi anche dolorosi e di saper fare scelte pragmatiche: le reiterate offerte di tregua da parte di Hamas, l'iniziativa di pace della Lega Araba, gli accordi della Mecca, e la riflessione sullo stato unico avviata in larga parte della società palestinese testimoniano una volontà di superare l'esistente. Una volontà che è stata sistematicamente ignorata dal governo israeliano e da gran parte della comunità internazionale, producendo nel popolo palestinese una sensazione di accerchiamento e di impotenza i cui risultati vediamo oggi.

La popolazione civile, schiacciata tra l'occupazione militare israeliana e lo scontro armato tra le opposte fazioni, si è trovata come sempre a pagare il prezzo più alto, in termini di perdita di vite umane e di peggioramento delle condizioni economiche.

L'occupazione israeliana della Palestina è scintilla che accende tutti i conflitti in Medioriente, è lievito che da anni fa crescere lo scontro con la civiltà arabo-musulmana, è strumento nelle mani di molti governi e poteri dell'area che la usano per perseguire i propri fini.

La pace va cercata nella giustizia, nel diritto internazionale e nella verità, non in una normalizzazione che mette a tacere le legittime aspirazioni di libertà e di dignità del popolo palestinese.

L'assedio israeliano alla Striscia di Gaza, e l'irresponsabile embargo della comunità internazionale al governo di Hamas hanno dato il colpo di grazia ad un'economia già traballante, e impediscono a 1.500.000 di persone, di cui il 51% bambini e adolescenti, di avere libero accesso ai servizi di base quali sanità, educazione, rifornimenti energetici. L'assedio di Gaza costituisce una grave violazione dei diritti umani, e ha prodotto una crisi umanitaria denunciata più volte anche dalle Nazioni Unite.

Chiediamo agli uomini e alle donne di ogni età, ai compagn* dei partiti, dei sindacati, delle associazioni e dei movimenti, che in questi anni sono stati al nostro fianco nella ricerca di una pace giusta in Palestina/Israele di unirsi a noi nella denuncia dell'assedio di Gaza.

Chiediamo che le Nazioni Unite si impegnino a far rispettare le tutte le risoluzioni ignorate o violate dallo Stato di Israele, e continuiamo a chiedere al Governo Italiano, e all'Unione Europea quello che chiediamo da anni:

- la fine dell'occupazione israeliana della Palestina

- uno stato palestinese sovrano con Gerusalemme Est capitale

- il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, come previsto dalla risoluzione Onu 184

- la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

- lo smantellamento del regime di apartheid determinato dal Muro e dalle colonie israeliane

- la fine dell'assedio imposto alla Striscia di Gaza

- la revoca degli accordi di cooperazione militare Italia – Israele e il ritiro delle truppe dai vari teatri di guerra.

Appuntamento alle 15 in Piazza della Repubblica (fronte chiesa S. Maria degli Angeli) dietro lo striscione "stop all'assedio di Gaza"

Per adesioni:

assopace.nazionale@assopace.org

Prime adesioni:

Associazione per la Pace

Un ponte per…

Aktivamente

Gruppo di sostegno alla campagna End the Siege on Gaza

Partito della Rifondazione Comunista

Giovani Comunisti/e

Campagna Ponti non Muri di Pax Christi

Salaam Ragazzi dell'Olivo – Comitato di Trieste

Servizio Civile Internazionale

Vento di Terra

Associazione giovani palestinesi Wael Zwuaiter

Donne in Nero

Rete Lilliput

U.S. Citizens for Peace & Justice

A teatro col Brutto Anatroccolo - "Le Donne di Brecht" / 29.11.2008 - Legnano


"Le Donne di Brecht" aprono, sabato 29 Novembre, "Il
Palco di Legnano 5" la rassegna teatrale di gruppi
legnanesi e dei dintorni patrocinata dal Comune di Legnano e
promossa dall'Associazione Culturale Il Brutto Anatroccolo.
E andare a teatro, oltre a essere un'esperienza appagante e
divertente sarà anche un atto di solidarietà perché il
ricavato della vendita dei biglietti - 5 euro - verrà
devoluto in gran parte a Medici Senza Frontiere. Un dato
molto importante: negli ultimi 8 anni di attività il
Brutto Anatroccolo ha raccolto e devoluto oltre 16.000 ? a
Medici Senza Frontiere.
Il Brutto Anatroccolo è un'associazione che si occupa di
promuovere laboratori teatrali e di psicomotricità in
ambito scolastico materno ed elementare oltre che presso la
propria sede di Via Venezia (ang. Via N. Sauro) a Legnano,
attività culturali e ricreative, mostre, concerti,
spettacoli teatrali e convegni, tutte manifestazioni mirate
a coinvolgere la cittadinanza e a sensibilizzarla sul tema
della solidarietà e della sua crescita culturale, in
particolare bambini e ragazzi.
Il programma de "Il Palco di Legnano 5" parte dunque il
29 Novembre 2008, per terminare, dopo otto spettacoli,
sabato 18 aprile 2009. Tutti gli appuntamenti in cartellone
si terranno presso la Sala Teatro Gianni Rodari, in via dei
Salici a Legnano. Una rassegna che spazia tra i generi più
diversi: teatro d'impegno civile, di inchiesta, brillante,
comico, dialettale, teatro canzone, sempre con l'obiettivo
di proporre "un teatro per tutti".
A Gennaio '09 prenderà il via "Il Palco di Legnano 5
Bambini", dedicata ad un pubblico fino ai 10 anni di
età. Per ogni informazione è possibile consultare il
sito internet www.ilbruttoanatroccolo.org o telefonare al
340/8754812. In allegato il cartellone degli appuntamenti e
la scheda del primo spettacolo. Buona visione.

Umberto Silvestri
Presidente
Associazione Culturale "Il Brutto Anatroccolo"

Le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà...


La deriva dello Stato democratico: l'ex presidente della repubblica Cossiga incita le forze dell'ordine a massacrare studenti e professori


LA MARCIA DEI FOLLI

LA SCHIZOFRENIA DI ISRAELE

Prima di demonizzarlo e bombardarlo a Gaza, Hamas è stato appoggiato da Tel Aviv, per contrastare l’Olp. E con i raid di oggi, lo Stato ebraico non farà altro che rafforzare il movimento islamico.

Di Uri Avnery* Uri Avnery (in lingua ebraica: אורי אבנרי, nome originario Helmut Ostermann) (Beckum, 10 settembre 1923) è un giornalista e pacifista israeliano.

Appena dopo la mezzanotte, l'emittente araba di Al Jazeera stava trasmettendo le notizie degli eventi di Gaza. Improvvisamente la telecamera ha inquadrato in alto, verso il cielo scuro. Lo schermo era nero fondo, non si riusciva a distinguere niente. Ma c'era un suono che si poteva sentire: il rumore degli aerei da guerra, uno spaventoso, terrificante boato. Era impossibile non pensare alle decine di migliaia di bambini di Gaza che stavano sentendo, nello stesso momento, quel suono, paralizzati dalla paura, in attesa delle bombe dal cielo.

"Israele deve difendersi dai razzi che stanno terrorizzando le nostre città del sud", ha spiegato il portavoce israeliano.

"I palestinesi devono rispondere alle uccisioni dei loro combattenti nella Striscia di Gaza ", ha dichiarato il portavoce di Hamas.

Per essere esatti, nessun cessate il fuoco è stato interrotto, perché nessun cessate il fuoco era mai iniziato.

Il requisito principale di ogni cessate il fuoco nella Striscia di Gaza deve essere l'apertura dei passaggi. Non ci può essere vita a Gaza senza un flusso costante di rifornimenti. Ma le frontiere non sono state aperte, se non poche ore ogni tanto.

Bloccare un milione e mezzo di esseri umani per via di terra, mare e aria è un atto di guerra, esattamente come il lancio delle bombe o dei razzi.

Paralizza la vita nella Striscia di Gaza: elimina gran parte delle fonti che creano occupazione, porta centinaia di migliaia al limite della morte di fame, blocca il funzionamento della maggior parte degli ospedali, distrugge la distribuzione di elettricità e d'acqua. Coloro che hanno deciso di chiudere i passaggi - sotto qualsivoglia pretesto - sapevano che non ci sarebbe stato nessun reale cessate il fuoco in queste condizioni. Questo è il fatto principale.

Poi ci sono state piccole provocazioni volte deliberatamente a suscitare la reazione di Hamas.

Dopo diversi mesi durante i quali i razzi Qassam a malapena si sono visti, un'unità dell'esercito è stata inviata nella Striscia "per distruggere un tunnel che arrivava vicino alla recinzione della frontiera". Da un punto di vista puramente strategico, avrebbe avuto più senso tendere un'imboscata sul nostro lato della frontiera.

Ma lo scopo era quello di trovare un pretesto per metter fine al cessate il fuoco, in una maniera che consentisse di addossare la colpa ai palestinesi.

E così è stato, dopo diverse piccole azioni del genere, nelle quali alcuni guerriglieri di Hamas sono stati uccisi, Hamas ha risposto con un massiccio lancio di missili, ed ecco, il cessate il fuoco è giunto alla fine.

Tutti hanno incolpato Hamas.

Qual è lo scopo?

Tzipi Livni lo ha annunciato apertamente: rovesciare il governo di Hamas a Gaza.

I Qassam sono serviti solo come pretesto. Rovesciare il governo di Hamas? Suona quasi come un capitolo estratto dalla "Marcia dei folli". Dopo tutto non è un segreto che fu il governo israeliano a supportare Hamas, all'inizio.

Una volta interrogai su questo l'allora capo dello Shin-Bet, Yakakov Peri, che rispose enigmaticamente:

"Non lo abbiamo creato noi, ma non abbiamo impedito la sua creazione. " Per anni le autorità d'occupazione promossero il movimento islamico nei territori occupati. Ogni altra iniziativa politica era rigorosamente soppressa, ma la loro attività nelle moschee era permessa. Il calcolo era semplice, e ingenuo: al tempo l'Olp era considerato il nemico principale, Yasser Arafat il satana.

Il movimento islamico predicava contro l'Olp e Arafat ed era perciò visto come un alleato.

Abu Mazen, un "pollo spennato"

Con l'esplodere della prima intifada nel 1987, il movimento islamico si rinominò ufficialmente Hamas (l'acronimo arabo di "movimento islamico di resistenza") e si unì alla lotta. Anche allora lo Shin-bet non mosse un dito contro di loro per quasi un anno, mentre i membri del Fatah erano imprigionati o uccisi in gran numero. Solo dopo un anno lo sceicco Ahmed Yassin e i suoi colleghi furono arrestati.

Da allora la ruota ha girato. Hamas è il satana odierno, e l'Olp è considerato da molti in Israele quasi una branca del movimento sionista.

La conclusione logica per un governo di Israele interessato alla pace sarebbe stata quella di fare ampie concessioni alla leadership di Fatah: la fine dell'occupazione, la firma di un trattato di pace, la fondazione dello stato di Palestina, il ritiro entro i confini del 1967, una soluzione ragionevole al problema dei rifugiati, il rilascio di tutti i prigionieri palestinesi. Questo avrebbe sicuramente arrestato l'ascesa di Hamas. Ma la logica ha una scarsa influenza sulla politica. Niente del genere è accaduto.

Al contrario, dopo l'uccisione di Arafat, Abu Mazen, che ha preso il suo posto, è stato definito da Ariel Sharon un "pollo spennato ".

Ad Abu Mazen non è stato concesso il minimo margine di operatività politica.

I negoziati, sotto gli auspici americani, sono diventati una barzelletta. Il più autentico leader di Fatah, Marwan Barghouti, è stato mandato in carcere a vita. Al posto di un massiccio rilascio di prigionieri, ci sono stati "segnali" meschini e offensivi.

Abu Mazen è stato umiliato sistematicamente,

Fatah ha assunto l'aspetto di una conchiglia vuota,

e Hamas ha ottenuto una risonante vittoria alle elezioni palestinesi - le elezioni più democratiche mai tenute nel mondo arabo.

Israele ha boicottato il governo eletto.

Nella successiva battaglia interna, Hamas ha assunto il controllo della Striscia di Gaza.

E ora, dopo tutto ciò, il governo di Israele ha deciso di "rovesciare il governo di Hamas a Gaza".

Il nome ufficiale dell'azione bellica è "piombo fuso", due parole tratte da una canzone infantile su un giocattolo di Hanukkah. Sarebbe stato più appropriato chiamarla "guerra delle elezioni".

Anche nel passato le azioni militari sono state intraprese durante campagne elettorali.

Menachen Begin bombardò il reattore nucleare iracheno durante la campagna del 1981.

Quando Shimon Peres affermò che si trattava di una trovata elettorale, Begin alzò la voce al comizio seguente: "Ebrei, davvero credete che io potrei mandare i nostri figli coraggiosi alla morte, o, peggio ancora, ad esser fatti prigionieri da degli animali, solo per vincere le elezioni?".

Begin vinse. Ma Peres non è Begin.

Quando, durante la campagna del 1996, ordinò l'invasione del Libano, tutti erano convinti che si trattasse di una trovata elettorale. La guerra fu un fallimento, Peres perse le elezioni e Netanyahu salì al potere.

Barak e Tzipi Livni stanno ora ricorrendo allo stesso vecchio trucco.

Secondo i sondaggi, la prevista vittoria di Barak gli ha fatto guadagnare 5 seggi della Knesset. Circa 80 morti palestinesi per ogni seggio. Ma è difficile camminare sui cadaveri.

Il successo potrebbe evaporare in un istante, se la guerra cominciasse a essere considerata un fallimento dall'opinione pubblica israeliana.

Per esempio, se i missili continuano a colpire Beersheba, o se l'attacco di terra porta a un pesante numero di vittime tra gli israeliani.

Un esperimento scientifico Il momento è stato scelto con cura anche da un altro punto di vista. L'attacco è cominciato due giorni dopo Natale, quando i leader americani e europei sono in vacanza. Il calcolo: anche se qualcuno volesse provare a fermare la guerra, nessuno rinuncerebbe alle vacanze. Il che ha garantito diversi giorni senza alcuna pressione esterna. Un'altra ragione che rende il momento appropriato: sono gli ultimi giorni della permanenza di Bush alla Casa bianca.

Ci si aspettava che questo idiota assetato di sangue appoggiasse entusiasticamente l'attacco, come in effetti ha fatto.

Barack Obama non ha ancora iniziato il suo incarico, e ha quindi un pretesto per rimanere in silenzio: "C'è un solo presidente". Questo silenzio non fa presagire nulla di buono per il mandato di Obama. La linea fondamentale è stata: non bisogna ripetere gli errori della seconda guerra del Libano. Questo è stato ripetuto incessantemente in ogni notiziario e talk show.

Ma ciò non toglie che la guerra di Gaza sia una replica pressoché identica della seconda guerra del Libano.

Il concetto strategico è lo stesso: terrorizzare la popolazione civile attraverso attacchi aerei costanti, seminando morte e distruzione. I piloti non corrono alcun pericolo, in quanto i palestinesi non hanno una contraerea. Il calcolo: se tutte le infrastrutture che consentono la vita nella Striscia sono letteralmente distrutte, e si arriva quindi alla totale anarchia, la popolazione si solleverà e rovescerà il regime di Hamas.

Abu Mazen rientrerà poi a Gaza al seguito dei carri armati israeliani.

In Libano questo calcolo non ha funzionato. La popolazione bombardata, cristiani inclusi, si è radunata attorno a Hezbollah, e Nashrallah è diventato l'eroe del mondo arabo. Qualcosa di simile accadrà probabilmente anche questa volta. I generali sono esperti nell'usare le armi e nel muovere le truppe, non nella psicologia di massa.

Qualche tempo fa scrissi che il blocco di Gaza può essere inteso come un esperimento scientifico, mirato a scoprire quanto si può affamare una popolazione prima che scoppi.

Questo esperimento è stato portato avanti con il generoso aiuto dell'Europa e degli Stati uniti. Finora non è riuscito. Hamas è diventato più forte e la gettata dei Qassam più lunga. La presente guerra è una continuazione dell'esperimento con altri mezzi. Potrebbe essere che l'esercito "non abbia alternativa" se non riconquistare la Striscia, perché non c'è altro modo per fermare i Qassam, se non quello - contrario alla politica del governo - di arrivare a un accordo con Hamas. Quando partirà la missione di terra, tutto dipenderà dalla motivazione e dalla capacità dei combattenti di Hamas rispetto ai soldati israeliani.

Nessuno può prevedere quanto accadrà.

Giorno dopo giorno, notte dopo notte, Al Jazeera trasmette immagini atroci: brandelli di corpi mutilati, parenti in lacrime in cerca dei loro cari tra le dozzine di cadaveri, una donna che solleva la sua bambina da sotto le macerie, dottori senza mezzi che cercano di salvare le vite dei feriti. In milioni stanno vedendo queste immagini terribili, giorno dopo giorno. Queste immagini saranno impresse nella loro mente per sempre.

Un'intera generazione coltiva l'odio.

Questo è un prezzo terribile, che saremo costretti a pagare ancora a lungo dopo che gli altri effetti della guerra saranno stati dimenticati in Israele.

Ma c'è un'altra cosa che si sta imprimendo nelle menti di questi milioni: l'immagine dei corrotti e passivi regimi arabi.

Visto dagli arabi, un fatto s'impone su tutti gli altri: il muro della vergogna. Per il milione e mezzo di arabi a Gaza, che stanno soffrendo così terribilmente, l'unica apertura al mondo che non sia dominata da Israele è il confine con l'Egitto. Solo da lì può arrivare il cibo che consente la vita, da lì arrivano i medicinali che salvano i feriti. Al culmine dell'orrore questo confine resta chiuso. L'esercito egiziano ha bloccato l'unica via d'accesso per cibo e medicinali, mentre i chirurghi operano senza anestetici. Per il mondo arabo, da un capo all'altro, hanno fatto eco le parole di Hassan Nashrallah: "I leader egiziani sono complici in questo crimine, stanno collaborando con il "nemico sionista" che cerca di rompere il popolo palestinese".

Si può assumere che non intendesse solo Mubarak, ma anche tutti gli altri leader, dal re saudita al presidente dell'Anp.

Se si guarda alle manifestazioni in tutto il mondo arabo, se si ascoltano gli slogan, se ne deduce l'impressione che i loro leader sono visti da molti come patetici nel migliore dei casi, come meschini collaborazionisti nel peggiore. Questo avrà conseguenze storiche. Un'intera generazione di leader arabi, una generazione imbevuta dell'ideologia nazionalista secolare araba - i successori di Nasser, di Hafez al-Assad e Yasser Arafat- sarà messa fuori scena.

In campo arabo, l'unica alternativa percorribile è l'ideologia del fondamentalismo islamico. Questa guerra è un presagio infelice: Israele sta perdendo l'occasione storica di fare la pace con il nazionalismo arabo secolare. Domani potrebbe essere davanti a un mondo arabo uniformemente fondamentalista, un Hamas mille volte più grande. traduzione di Nicola Vincenzoni

Da “Il Manifesto” di DOMENICA 4 GENNAIO 2009 pagina 16

* Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Uri Avnery (in lingua ebraica: אורי אבנרי, nome originario Helmut Ostermann) (Beckum, 10 settembre 1923) è un giornalista e pacifista israeliano.

Emigrò in Palestina assieme alla famiglia nel 1933 e fu costretto a vivere in condizioni di estrema povertà, nonché ad abbandonare gli studi.

Nel 1938 entrò nell'Irgun, organizzazione di estrema destra comandata da Menachem Begin e responsabile di alcuni attentati terroristici contro l'occupante britannico ma anche contro i nemici arabi. Non condividendo questo secondo orientamento, il giovane lasciò l'Irgun nel 1942.

Fu poi costretto a partecipare alla prima guerra arabo-israeliana e, rimasto ferito due volte, raccontò le atrocità subite dai palestinesi in un libro intitolato "Il rovescio della medaglia". Da questo punto in poi continuerà a battersi per la pace.

Dopo aver lavorato per un breve periodo presso il quotidiano Ha'aretz, fondò una nuova rivista, lo Haolam Haze, che si fece promotore di alcune importanti trattative con i dirigenti palestinesi.

In seguito fondò il movimento pacifista Gush Shalom (in lingua ebraica: גוש שלום, "il blocco della pace"), che ha guidato fino a oggi.

Nel 1982 realizzò un'importante intervista a Yasser Arafat. Più volte boicottato e censurato, Avnery continua ad essere uno dei pacifisti più attivi all'interno dello stato ebraico.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Uri_Avnery"

Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Intervento dell'ex ministro dell'informazione del governo di unità

nazionale palestinese

di Mustafa Barghouti

Ramallah, 27 dicembre 2008.

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.

Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di

concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la

differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i

bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?

Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in

sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si

chiama, quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un

attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.

La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro

razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato

naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e

d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che

chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le

leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale,

una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati

come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di

Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza

Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della

democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio

della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi

esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere

bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al

fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non

restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza

di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è

un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina,

terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di

Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho

dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno

i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi

processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con

cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo,

trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto -

perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di

distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro

pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi

terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna

azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli

attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina

il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se

Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono

qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite,

gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la

proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del

riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se

non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta,

dall'altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani,

sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora,

l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano

la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco

nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e

smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è

finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana,

al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui,

delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca,

le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti

umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà,

frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E

invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per

noi. Una scuola? Una clinica forse? Delle borse di studio? E tentiamo

ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava

Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele.

Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello

squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi

è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per

sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per

gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i

lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi

palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a

illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza

soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli

inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto,

sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah

chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo,

questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il

pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia

della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna

autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo

apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche

israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le

definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo

aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che

l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza

dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il

vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì

berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi

cittadini di Gaza?

(testo raccolto da Francesca Borri e pubblicato sul sito www.peacereporter.it)

"Il nuovo libro di Marcello Pera" - di Alessandro Litta Modignani

Il nuovo libro (mistificatorio) dell’ex presidente del Senato

di Alessandro Litta Modignani - da “L’Opinione” del 26 novembre 2008

Chi si rivede: Marcello Pera. L’ex presidente del Senato, completamente emarginato dalla scena politica, torna nelle librerie con un titolo che è tutto un programma: “Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l’Europa, l’etica”. Già di per sé, l’uso imperativo di quel “dobbiamo” suona vagamente minaccioso e tutt’altro che liberale. Pera ambirebbe a parafrasare il celeberrimo saggio di Benedetto Croce e a riallacciarsi alla grande tradizione del liberalismo classico, per meglio liquidare l’uno e l’altra e offrirli in dono, come agnelli sacrificali, all’autore della prefazione, Papa Benedetto XVI. L’operazione è a tal punto scoperta e strumentale da risultare non solo culturalmente inefficace, ma persino un po’ ridicola.

Il pensiero crociano, spiega Pera, non basta più. Dobbiamo spingerci oltre. “Non c’è liberalismo senza Dio”, dunque dobbiamo “alzare la bandiera cristiana” e “coltivare una fede”, oppure “oggi che è diventato anti-cristiano, il liberalismo è senza fondamenti e le sue libertà sono appese nel vuoto”. Perciò anche definirsi “cristiani per cultura”, cioè nel senso generico della civiltà occidentale, non è più adeguato alle sfide del XXI secolo.

In realtà, come ha già notato efficacemente Massimo Teodori in un saggio del 2006 (“Laici – L’imbroglio italiano”) Marcello Pera ha ormai da tempo operato un netto distacco dalla cultura liberale. Egli stesso lo ha riconosciuto: “Il mio liberalismo richiede di essere seriamente e profondamente riparato... La nostra vecchia idea di società libera, o società aperta, non basta più a risolvere i problemi della crisi culturale e spirituale europea... I vecchi concetti di Stato laico, separazione Stato-Chiesa, religione-politica, morale-diritto devono essere ripensati” (convegno “Libertà e laicità”, Fondazione Magna Charta, 15 ottobre 2005). Altro che Benedetto Croce ! E altro che Karl Popper, del quale Pera è stato in anni lontani uno dei massimi studiosi. Non si capisce davvero in virtù di quale astrazione, un personaggio che dice e scrive queste cose, possa pretendere di continuare a definirsi liberale, senza suscitare una crisi di ilarità generale.

Queste teorie neo-temporaliste e neo-clericali di Pera sono a tal punto ingenue, in linea con l’altezzosa presunzione del personaggio, da meritare solo di essere snobbate. Assai più interessante e davvero illuminanti, semmai, sono le due paginette di prefazione che Papa Ratzinger ha vergato di suo pugno, a mo’ di imprimatur. Nell’elogiare il libro, Benedetto XVI scrive: “Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso, nel senso stretto della parola, non è possibile.... senza mettere fra parentesi la propria fede”. Ma proprio il dialogo interreligioso non era forse stato il più forte elemento innovatore emerso dal Concilio, voluto da Giovanni XXIII e poi realizzato, con molte prudenze, da Paolo VI ? Ecco dunque spiegato il senso profondo dell’operazione politico-culturale del libro. Dopo la “sana” laicità, è l’ora della “giusta interpretazione” del Concilio, cioè l’affossamento di entrambi. “Il liberalismo può collegarsi a una dottrina del bene, in particolare quella cristiana, offrendo così il suo contributo al superamento della crisi”, concede il Papa. Bontà sua. Il liberalismo europeo, fortunatamente, ha spalle abbastanza larghe da non farsi intimidire da questi tentativi di esproprio. Quello italiano, purtroppo, assai meno.

Fondamentalismi che non reggono

di Alessandro Litta Modignani


(pubblicato su "L'Opinione" dell'8 gennaio 2009)


Nella disputa infuocata di questi tempi fra cultura laica e cultura cattolica, cerca di farsi strada a fatica una posizione intermedia, di matrice tollerante e liberale, lontana da manicheismi e giudizi estremi. Se ne fa interprete da ultimo Riccardo Chiaberge, con il bel libro “La variabile Dio” (Rizzoli) in cui mette a confronto l’astronomo cattolico padre George Coyne e il laico Arno Penzias, il premio Nobel scopritore del Big Bang. Ne scaturisce una lettura piacevolissima, interessante e istruttiva, libera per quanto possibile da pregiudizi. Nel capitolo finale Chiaberge cerca di approdare a una sintesi accettabile per tutti, circa il conflitto fra scienza e fede. L’autore difende nettamente la liberta di ricerca da qualsiasi condizionamento, specie di matrice religiosa ed ecclesiastica. Al contempo, però, prende le distanze da certe punte di ateismo estremista e un po’ isterico alla Richard Dawkins o, in Italia, alla Piergiorgio Odifreddi. Chiaberge auspica un “disarmo bilaterale” e un atteggiamento di grande apertura da entrambe le parti, contro “i peggiori istinti clericali e anticlericali”. Presupposto per questo dialogo è “condividere il senso del limite”, che l’autore identifica nella regola “socratica e popperiana: io so di non sapere”.

Un’operazione analoga viene proposta anche da Dario Antiseri e Giulio Giorello, con il libro “Libertà – Un manifesto per credenti e non credenti” (Bompiani). I due filosofi – il primo cattolico, il secondo ateo, entrambi di matrice liberale – parlano di pluralismo, si oppongono all’assolutismo e a qualsiasi pretesa di verità, propongono la laicità come “terreno comune” per il confronto fra laici e cattolici, credenti e non credenti, sui temi della scienza, della fede, della Chiesa e della libertà dell’individuo. Infine, qualche settimana fa sul Corriere della Sera, Claudio Magris si scaglia contro ogni tipo di fondamentalismo, “poco importa se trionfalmente ateistico o trionfalmente bigotto”. In fondo Benedetto XVI condanna il relativismo sul piano etico, ma ne riconosce la validità sul piano politico, come fondamento della democrazia, osserva Magris. Dunque un confronto sarebbe possibile, anzi auspicabile, contro gli “opposti fondamentalismi”.

Queste osservazioni, apparentemente condivisibili e piene di saggezza, si scontrano tuttavia con il fatto che, dall’altra parte del Tevere, le gerarchie vaticane non sono affatto disponibili al compromesso. Esse hanno altre mire e ben altri progetti.

Nell’inaugurare l’estate scorsa il meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, il cardinale Bagnasco lo ha detto abbastanza chiaramente: noi non dobbiamo accettare l’idea di essere tollerati, perché siamo portatori di Verità. Ci viene richiesto di continuo di mettere da parte la nostra Fede, ma noi non possiamo e non intendiamo rinunciarvi. Il cristianesimo non è un punto di passaggio nella storia, ma è la Storia stessa. In altre parole, la Chiesa cattolica esige il suo primato e non ammette che la fede venga considerata un’opinione fra le tante; non è più disposta ad accettare la distinzione fra peccato e reato, fondamento dello Stato laico e di diritto; non si riconosce neanche più nel pensiero crociano: “non possiamo non dirci cristiani” è riduttivo e pericoloso. “Dobbiamo dirci cristiani” è infatti il titolo perentorio dell’ultimo libro di Marcello Pera, dove si spiega che “non c’è liberalismo senza Dio”, con l’entusiastica prefazione di Benedetto XVI.

Altro che “disarmo bilaterale”; altro che Socrate e Popper: gli avversari della cultura laica non intendono “condividere” alcun senso del limite. E’ gravemente illusorio proporre a costoro “la laicità come terreno comune di confronto”, basta saper leggere le parole di Bagnasco. L’atteggiamento aperto e conciliante dei Chiaberge, degli Antiseri, dei Magris manifesta sicuramente una grande tolleranza, ma si scontra inevitabilmente con una controparte assai più aggressiva e minacciosa, non disposta a scendere a patti. In questo senso, esso rischia di costituire la pericolosa sottovalutazione di uno dei più potenti nemici della società aperta.